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Farmacopee

La farmacopea per il farmacista rappresenta il testo di riferimento tecnico e normativo con valore legale, oggi la più importante è la farmacopea Europea che raccoglie tutte le farmacopee dei paesi membri della comunità europea. I contenuti della moderna farmacopea li possiamo suddividere in tre gruppi principali, nel primo gruppo le monografie delle droghe sia di quelle sintetite che vegetali, in esse sono contenute le specifiche analitiche che devono essere rispettate affinché  siano idonee ad uso farmaceutico. Nel secondo gruppo troviamo le monografie delle preparazioni farmaceutiche allestibili in farmacia con delle indicazioni inerenti le quantità,  il confezionamento, la modalità di preparazione e la stabilità che può essere attribuita. Il terzo gruppo di informazione sono prevalentemente a carattere normativo e riguardano le modalità di dispensazione dei vari farmaci.

Ma questi testi di riferimento per il farmacista hanno delle origini molto lontane nel tempo, origini che risalgono addirittura al tempo in cui per la prima volta venne distinta, da un punto di vista normativo e tecnico, la figura del farmacista e quella del medico. In realtà testi con raccolte di ricette mediche, descrizioni delle droghe o consigli sulla preparazione dei farmacisti fiorirono fin dai tempi in cui venne inventata la scrittura ma la farmacopea è una cosa diversa, la farmacopea rispetto ad un semplice ricettario farmaceutico ha un valore normativo, quindi sono delle norme che devono essere rispettate da tutti gli operatori del territorio e sono nate esclusivamente con il fine di mettere ordine e regolamentare ed uniformare la attività  del farmacista.

Quando Federico II decise di mettere ordine nel operato di medici e speziali entro i confini del suo regno con le cosidette "Costitutiones" del 1231 prese come testo di riferimento una raccolta di ricette con delle indicazioni inerenti la loro preparazione compilata nella prima metà  del XII° secolo da un medico della scuola Salernitana, Niccolò Preposito ed il ricettario si chiamava "Antidotarium Nicolai"

L'Antidotarium Nicolai poneva anche dei limiti ben precisi per il farmacista le cui attività  principali erano quelle di pesare correttamente, raccogliere le erbe nei periodi giusti e nel modo giusto, controllare che non siano "invecchiate" e allestire il farmaco, per mezzo delle operazioni fondamentali "setacciare" e "pestare", nel modo migliore e nel rispetto della prescrizione del medico, il nella maggior parte dei casi si limitava a dettare a voce affinché lo speziale ne prendesse nota. Altra cosa fondamentale nell'Antidotario era un elenco delle erbe con cui sostituire le erbe non reperibili dallo speziale, argomento che nei secoli a venire divenne molto scottante perché  con gli anni gli speziali iniziarono ad approffitarsi di queste sostituzioni che vennero a costituire una sorta di "illecito guadagno" soprattutto nella preparazione della Teriaca ritenuto il farmaco per eccellenza almeno fino alla fine XVIII° secolo.

Quindi, a ragione, possiamo ritenere l'Antidotarium Nicolai come la prima Farmacopea ufficiale Italiana secondo il significato moderno che ad essa viene attribuito, che fosse un testo fondamentale e di riferimento per il farmacista lo possiamo anche desumere dal fatto che con l'invenzione della stampa fu uno dei primi testi ad essere stampati (Venezia 1471 e Roma 1476).

L'invezione della stampa e lo sviluppo dei Comuni acuisce la necessità, visto il numero crescente di speziere e medici a regolamentare un pò in tutta Italia la attività degli speziali così ha inizio il periodo delle Farmacopee Ufficiali che inizieranno sempre di più a diffondersi nei vari stati della penisola.

Solo nella città di Firenze nel 1500 esercitano circa 600 medici  con un centinaio circa di spezierie, viene quindi stampato a spese del consiglio dei medici nel 1498 il Ricettario Fiorentino che verrà ristampato e aggiornato in varie edizioni nel '500, nel '600 e nel '700 fino alla ultima edizione del 1798 a trecento anni dalla sua nascita sotto il beneplacido del granduca Pietro Leopoldo di Lorena, il quale sembra sia stato un appassionato di chimica e farmacia. Il ricettario fiorentino si articola in tre parti, la prima si occupa della descrizione delle droghe, la loro modalità di raccolta e consevazione, la seconda si interessa della pratica inerente le preparazioni farmaceutiche, nella terza parte infine vengono descritte le attrezzature che lo speziale deve avere a disposizione per realizzare nel migliore dei modi le varie preparazioni.

Seguirono l'esempio dei Fiorentini i Mantovani nel 1559 (Antidotaruim Mantoanorum), i Bolognesi nel 1574 (Antidotarium Bononiensis) e i Romani con l'Antidotarium Romanum nel 1583 poi ristampato in numerose edizioni ( Roma 1639, 1651, 1668, Messina 1637, Venezia 1590,1664) e a partire dal 1639 tradotto dal Latino al Volgare grazie allo speziale Ippolito Ceccarelli. Nel ricettario Romano troviamo una delle più suggestive, a mio parere, descrizioni della Teriaca. Il Ceccarelli descrive inoltre dettagliatamente come reperire gran parte dei semplici necessari nella Teriaca direttamente sul suolo romano senza tralasciare nessun particolare in modo da semplificare molto il lavoro dei suoi colleghi. Nel 1560 viene stampato il "Ricettario utilissimo et molto necessario a tutti gli spetiali che vogliono preparare le medicine regolarmente" a cura del collegio dei medici di Venezia, questo testo, stampato in lingua volgare, riveste una funzione di farmacopea ufficiale ma in realta non riscuote un grande successo tra gli speziali veneziani, particolarmente dopo la pubblicazione del "Lessico farmaceutico chimico". La pubblicazione di queste farmacopee ufficiali in lingua volgare rappresenta una ulteriore prova di avanzamento della suddivisione tra farmacista e medici, infatti l'uso della lingua volgare si deve leggere come la manifesta intenzione dei collegi dei medici di creare un testo specificatamente dedicato alla professione dello speziale cosa mai vista dopo la compilazione del Compendium Aromatariorum nella prima metà del XV°secolo da parte di Saladino d'Ascoli.

Già nel '600 tutte le principali città italiane si attrezzarono con la propria farmacopea ufficiale ed accanto alla produzione di testi ufficiali iniziano due nuovi fenomeni, primo il fiorire di ricettari non ufficiali compilati da molti eminenti medici che andavano ad integrare i cosidetti testi ufficiali e i testi dei "secreti" che contenevano ricette medicinali raccolte grazie alla esperienza dei medici itineranti tipici del XVI° secolo e spesso ottenuti dalle classi più basse della popolazione.

Tra i testi "secreti" i principali sono: De rimedii secreti di Eunomo Filatro nel 1560, Secreti ovvero rimedi di Madama Fochetti tradotti dal francese da Ludovico Castellini nel 1686, Secreti medicinali di Pietro Bairo, Secreti di Alessio Piemontese, Secreti Universali di Timotheo Rossello nel 1574, I secreti di Isabella Cortese nel 1555, Breve compendio di meravigliosi secreti di Domenico Auda nel 1670 e i Secreti di Leonardo Fioravanti. Questi testi, snobbati dalla maggior parte dei medici, contenevano rimedi a cavallo tra credenze alchemiche e scienza medica ma sono molto interessanti per quel che riguarda la storia della cosmesi ed è  pacifico che in essi vengono descritte le prime formulazioni cosmetiche che si occupano di problematiche estetiche come le rughe, il colorito della pelle, pulizia dei capelli, igiene dei denti ,depilazione e belletti di vario tipo. Nella raccolta del Fioravanti ad esempio troviamo uno dei primi esempi, se non il primo in assoluto, di Mascara e per la igiene dei denti viene insegnato come utilizzare un artigianale antenato del nostro spazzolino. Possiamo affermare che i secreti con le loro ricette, antenate dei nostri moderni cosmetici, coprono il vuoto legato alla cura delle disfunzioni estetiche di cui non si occupavano affatto i testi ufficiali.

Tra le farmacopee non ufficiali una delle più  antiche in lingua volgare fu la Fabrica degli Spetiali compilata dal medico Prospero Borgarucci e stampata a Venezia nel 1566 estremamente interessante e completa perché trattava  in maniera esaustiva tutte le operazioni inerenti la preparazione dei medicinali nelle spezierie. 

Nel 1604 viene pubblicato anche il "Ricettario medicinale" di Giseppe Santini uno speziale della città di Lucca attivo sotto l'insegna del Corallo, il testo non contiene rispetto alle farmacopee esistenti nulla di particolarmente innovativo ma è uno dei primi esempi di manuale per farmacisti scritto da un farmaista, cosa non molto comune per l'epoca. Infatti normalmente nella pubblicazione dei ricettari e farmacopee, un classico esempio è l'Antidotario Romano, il farmacista svolgeva il ruolo di "consulente" del medico responsabile poi della stesura del testo. Un altro esempio molto interessante è il trattato sulla teriaca ad opera del Maranta il quale afferma con molta onestà, nella prefazione, che l'anima e la fonte delle più importanti nozioni presenti nel trattato è il farmacista Imperato Ferrante, una autorità per ciò che riguarda la produzione della Teriaca nel '500.

Una vera svolta, tra le farmacopee non ufficiali, verrà operata dalla pubblicazione a Napoli nel 1667 del "Teatro farmaceutico dogmatico e spagirico" scritto dal medico Giuseppe Donzelli. In realtà una anticipazione di questo testo non ufficiale la troviamo già nella pubblicazione di un altra farmacopea ufficiale pubblicata dallo stesso autore nel 1640. Si tratta dello "Antidotario Napolitano" che venne redatto dal Donzelli su richiesta del Collegio dei Medici di Napoli per sostituire la vecchia farmacopea edita nel 1614 ed oramai desueta ed in parte manoscritta, sembra quindi ,che amor di patria, l'autore accantonasse il progetto di un suo ricettario per intraprendere la stesura di questa Farmacopea ufficiale del Regno di Napoli. Il Teatro farmaceutico ebbe un notevole successo con 22° edizioni anche in latino, per agevolarne la diffusione all'estero, l'ultima edizione risale al 1763 mentre le altre edizioni più antiche vennero curate dal figlio del Donzelli, Tommaso, che già nel 1677 mise mano sull'opera con migliorie ed ampliamenti.

Ancora, sempre parlando di farmacopee non ufficiali, prendiamo in considerazione il "Lessico farmaceutico chimico" di Giovanni Battista Capello pubblicato a Venezia nel 1728, forse il primo vero esempio di manuale per il farmacista, dove addirittura è presente una parte dove ci si occupa, nella prima parte, di dare al farmacista le istruzioni necessarie a superare l'esame di abilitazione alla professione. Nella seconda edizione l'autore si preoccupa di aggiungere alle varie formulazioni indicate anche gli usi terapeutici delle stesse ed è un vero e proprio successo editoriale con undici edizioni, ampliate e curate dal nipote del Capello, ultima delle quali venne data alla stampa nel 1792.

Voglio citare, infine, una delle ultime farmacopee non ufficiali, pubblicata pochi anni prima della prima edizione della Farmacopea Ufficiale Italiana cioè nel 1889 a Milano ed opera del farmacista Alessandrini. Questo testo, interessantissimo, prende in esame tutti gli aspetti della professione del farmacista di fine ottocento e con ben 138 tavole possiamo dividerlo in tre grandi capitoli, il primo descrive tutte le droghe chimiche, il secondo le droghe vegetali e nel terzo, il più corposo, vengono trattati tutti gli aspetti pratici della preparazione galenica in farmacia. Inoltre nella prefazione l'autore fa un quadro estremamente lucido della situazione inerente la professione alla fine dell'ottocento con un certo sconforto dovuto al fatto che il farmacista sta abbandondando la attività di preparatore di farmaci per abbracciare quella di commerciante al dettaglio dei rimedi farmaceutici prodotti dalla nascente industria farmaceutica.

Molto interessante è anche notare come i titoli di questi testi non ufficiali, in qualche modo, rispecchiano la evoluzione scientifica in ambito farmaceutico nei secoli e ci danno delle informazioni importanti.

Possiamo notare che nel '500 abbiamo la Fabrica degli spetiali, poi nel 1663 il Teatro farmaceutico dogmatico e spagirico ed infine nel 1728 il Lessico faraceutico chimico, la fabrica dove lo speziale miscela, pesa e traforma le varie droghe vegetali a formare dei farmaci lascia il posto alla officina dello spagirico che cerca di eliminare le parti superflue delle erbe per potenziarne l'attività terapeutica il quale, a sua volta, cede il passo al farmacista-chimico intento, nel proprio laboratorio, ad isolare e studiare i singoli componenti delle piante che svolgono la attività farmaceutica eliminando tutto il resto. Infine nell'opera più recente tra quelle citate troviamo un titolo semplice "Il manuale del farmacista" dove non si fa nessun accenno alla chimica come se in qualche modo si volesse recuperare il vecchio prendendo un pò le dstanze dal nuovo. Insomma dai titoli delle opere possiamo osservare come nei secoli si parta con il parlare di semplici, in senso della singola droga vegetale, per poi arrivare al concetto di semplice inteso come "principio attivo".

Storicamente parlando, il capostipite di questa mentalità chimico-farmaceutica è Nicolas Lemery un farmacista e chimico francese e la sua "Farmacopea Universale" stampata a Parigi nel 1697 ed in Italia a Venezia nel 1751 segna la svolta tra lo speziale ed il farmacista moderno, inoltre l'opera di Lemery rappresenta una grande novità perché per la prima volta appare una farmacopea che "pretende" di riunire le varie conoscenze farmaceutiche europee in un unico testo, concetto, se vogliamo, molto vicino a quello che ha portato in epoca moderna alla creazione della Farmacopea Europea, oggi alla settima edizione.

Ritornando a parlare delle famacopee ufficiali in Italia nel 1736 venne pubblicata la Farmacopea Torinese per volere del Re di Sardegna Carlo Emanuele III di Savoia, questa è forse la prima farmacopea ufficiale italiana con un taglio prettamente chimico-farmaceutico che rispecchia a pieno la mentalità di cui abbiamo raccontato precedentemente.

L'opera viene divisa in due parti, nella prima vengono descritti 616 semplici di cui 517 vegetali, 39 minerali e 60 animali, nella seconda composta da 21° capitoli si tratta delle preparazioni composte da più semplici ed il modo di allestirle poi dal 12° capitolo ci si interessa dei composti chimici. Comunque anche in questo testo osserviamo come sia difficile, anche in epoche illuminate, tagliare i ponti con il passato, infatti tra le altre cose troviamo anche monografie di sostanze come la polvere di mummia.

Questa farmacopea verrà ristampata più volte fino all'ultima edizione del 1833, poi verrà sostituita dalla Farmacopea per gli Stati Sardi nel 1846, molto importante perché nella edizione del 1853 per la prima volta vengono inseriti due nuovi alcaloidi vegetali che faranno la storia della medicina, la Digitalina e la Atropina.

Nel 1774 l'impero Austriaco, che controlla anche il Lombardo-Veneto, decide di mandare in pensione il vecchio "Ricettario Viennese" in uso dal 1729 e viene data alle stampe la "Farmacopea Austriaco-Provinciales" che molto deve al lavoro del botanico Nikolaus Joseph Von Jacquin e non a caso già troviamo un elenco delle piante ed animali secondo la nomenclatura di Linneo introdotta solo nel 1735 poi nella seconda edizione del 1794 un elenco delle sostanze chimiche secondo la nomenclatura messa a punto dal chimico Lavoisier nel 1787. Rimarrà in vigore fino al 1812 e nel 1836 completamente soppiantata dalla nuova e modernissima "Farmacopea Austriaca".

Pompilio Faleri e Giovanni Domenico Olmi mettono a punto nel 1765 un Ricettario che verrà stampato ed adottato come ricettario ufficiale dalla città di Siena nel 1777, prenderà il nome di "Ricetario Senese". Questo venne suddiviso in due tomi dove viene fatto un pò il punto tra la attività "tradizionale" del farmacista e le nuove attività chimiche messe in atto dai farmacisti moderni. Quindi nel primo tomo vengono trattate le istituzioni framaceutiche (pesi, misure, attrezzature, vasi) e le monografie delle preparazioni galeniche, mentre nel secondo tomo vengono trattate le preparazioni chimiche e procedure come la calcinazione, fermentazione, distillazione, precipitazione, vetrificazione ecc. Del "Ricettario Senese" verrà  pubblicata una seconda edizione nel 1795.

Verso la fine del XVIII°secolo Antonio Campana professore di fisica sperimentale e chimica alla Università di Ferrara decide di provvedere al fatto che nel basso pò non esiste una farmacopea ufficiale di riferimento, nasce così nel 1799 la Farmacopea Ferrarese che viene adottata come punto di riferimento anche dai farmacisti della Toscana e del Lazio. Questa farmacopea possiede uno spiccato taglio scentifico e nulla viene affidato al caso, tutte le formule ed i rimedi considerati obsoleti vengono tralasciati anche se come indica l'autore nella prefazione alcuni, come ad esempio la Teriaca devono essere lasciati, più che per una questione di utilità per una questione di attaccamento da parte della popolazione e dei vecchi farmacisti e medici ai vecchi rimedi che sono oramai entrati nella tradizione. Nel susseguirsi delle edizioni ( le principali nel 1803, 1806 e 1825) l'utore di si preoccupera di apportare numerose aggiunte (comparazione tra i pesi vecchi ed il grammo, dosi ed utilizzo dei semplici, nuova nomenclatura chimica) per tenere il passo con le continue scoperte mediche tipiche dell'800. Un ultima edizione venne alla stampa nel 1840 con aggiunte delle note del dottore Michelotti Luigi. Esiste anche una edizione stampata a Padova nel 1823 ma essa sembra non sia stata autorizzata dallo stesso Campana come viene indicato nelle prefazioni alla edizione del 1825.

A seguire l'esempio del Campana fu Valentino Brugnatelli che nel 1803 diede vita ad una sua Farmacopea. Il Brugnatelli fu professore di chimica generale e farmaeutica presso la Università di Pavia e la sua farmacopea indica tutta la volontà dell'autore di uniformare la attività dei farmacisti alle nuove scoperte messe in atto nello studio della chimica. Gran parte delle pagine sono deputate a descrivere i nuovi farmaci di derivazione chimica nonché alle attrezzature e operazioni necessarie a realizzarli. Molto interessante in questo senso e la presenza nel testo di una tavola dove compaiono le figure di tutta la vetreria necessaria che il farmacista deve possedere affinche possa attuare le operazioni chimiche necessarie alla realizzazione dei nuovi composti. La farmacopea del Brugnatelli, la cui ultima edizione compare nel 1817, si pone l'obbiettivo di portare la sintesi chimica anche nei laboratori del farmacista.

A partire dalla meta dell'800 possiamo affermare che la mentalità scientifica che presuppone il passaggio dallo Speziale al farmacista-chimico, almeno in linea teorica, sia stata universalmente accettata e si rispecchia anche nelle ultime due grandi farmacopee di metà ottocento, il "Codice farmaceutico per gli stati Parmensi" 1858 e il "Codice farmaceutico Romano" del 1868. Anche in questo caso comunque qualcosa del passato rimane ed ecco quindi che nel codice Parmente compaiono formulazioni come l'elettuario di Teriaca e forse per la prima volta in un testo ufficiale preparazioni che oggi definiremmo cosmetiche vedi il depilatorio di Martins e una polvere dentifricia al carbone vegetale, nel codice Romano si ritorna a dare maggiore importanza alla descrizione delle droghe vegetali e ci si preoccupa di cosa il farmacista sia bene che faccia scorta nei vari periodi dell'anno come avveniva nelle vecchie famacopee del '600.

Con la pubblicazione nel 1892 della prima Farmacopea Ufficiale del Regno d'Italia entriamo nel periodo moderno della storia delle farmacopee, ma è importante notare che tutti gli sforzi attuati da Lemery in poi affinché il vecchio speziale divenisse un moderno farmacista-chimico forse caddero nel vuoto. Sembra infatti, analizzando la situazione, che il farmacista a cavallo tra '800 e '900 pur prendendo atto delle novità che la chimica gli imponeva da un punto di vista pratico-galenico, vuoi per pigrizia o per diffidenza, sia rimasto sempre legato al passato della professione senza mai aprire realmente le porte della "bottega" al presente.

I pochi farmacisti che si adoperarono ad aprirsi ai consigli di individui come il Brugnatelli o Campana, per citare alcuni nomi, finirono per diventare quelle che oggi conosciamo come industrie farmaceutiche. Avvenne così, come temeva il professor Alessandrini, che le industrie iniziarono ad inglobare il loro "colleghi" per lo smercio al dettaglio dei loro preparati conformi alle nuove provedure chimiche ed il farmacista per istinto di sopravvivenza dovette adeguarsi ed anche velocemente.

Nel giro di pochi decenni dall'inizio del '900 effettivamente una trasformazione del vecchio speziale avvenne realmente, sicuramente non quella augurata e sperata da speziale a farmacista-chimico ma quella da speziale e farmacista-commerciante che poi alcuni virtuosi amanti della professione cercheranno fino ai giorni nostri di invertire, purtroppo senza molti risultati.

A cura del Dott.Massei Luca.